venerdì 15 maggio 2026

Al monastero di Gandan, Ulaanbaatar

Non ho foto del monastero di Gandan, non so perché non ne abbia scattate. Per questo ho scelto per questo testo foto di paesaggi della Mongolia che mi suscitano le emozioni di quel viaggio: tranquillità, sensazione di libertà, desiderio di esplorare e conoscere. 
Ricordo che una volta arrivata a Gandan sono stata catturata dall'atmosfera di questo luogo, ho guardato, ascoltato, sentito e poi, accolti in me tanti nuovi spunti, mi sono incamminata per tornare, passando stavolta per le vie più interne, tra piccole case. Tutto questo in una mattinata iniziata presto…

Il monastero di Gandan si trova su una collina appena al di fuori del centro di Ulaanbaatar. Ci vado a piedi percorrendo il viale della Pace, sfilando davanti ai numerosissimi caffè, ai negozi di artigianato e souvenir e ai ristorantini locali, qui pubblicizzati come fast-food mongolo. Arrivata all’hotel Narantuul, una torre che prendo come punto di riferimento, svolto a destra e mi immetto sulla via Zanabazar che conduce diritta al monastero. Non incontro quasi nessuno, è ancora troppo presto per la maggior parte dei turisti che non viaggiano da soli e si devono aspettare a vicenda.

Come la maggior parte dei monasteri buddisti nelle zone che hanno subito un regime totalitario o quantomeno la sua forte influenza, anche Gandan è stato largamente distrutto negli anni Trenta del Novecento durante la repressione comunista. Oggi rifiorisce nella Mongolia democratica dove il senso di libertà sembra essere davvero connaturato alla mentalità della gente.

Entro con discrezione nel tempio di Vajradhara per non disturbare il mormorio che riempie la piccola stanza nella penombra. Un gruppo di persone è seduto su un paio di panchette basse 

disposte lungo la parete, alcuni si uniscono alla litania dei monaci pronunciando di tanto in tanto qualche parola, altri sono assorti ad ascoltare o ad esprimere intimamente la loro personale preghiera. Hanno tutti uno sguardo serio, occhi che chiedono umilmente ma intensamente e che ora sperano.

Vado a sedermi silenziosamente nell’unico posto libero.

La preghiera risuona monotona, sembra una recitazione meccanica senza coinvolgimento emotivo da parte dei monaci, senza implorazione. Ciascun monaco ha una pila di foglietti davanti a sé che legge rapidamente, una pagina dopo l’altra, come se stesse eseguendo un lavoro che risulterà compiuto all’ultimo foglietto. Non c’è nessuna esortazione alla fede, ma la mia impressione è che la funzione dei monaci sia quella di fornire una via, un mezzo alla gente per comunicare con le divinità, ciascuno con le proprie, qualsiasi forma esse abbiano. Forse per riimmettersi nel flusso e riprendere il cammino che qualche circostanza sta ostacolando.

La recitazione è interrotta regolarmente dal suono di campanelli seguiti da quello dei corni e quindi dei tamburi, questi ultimi suonati dai monaci bambini che fino a quel momento hanno giocato e riso facendosi dispetti a vicenda. Poi un monaco arriva con un recipiente pieno di riso bollito e ne mette un pugno nella ciotola degli altri monaci versandoci sopra un po’ di tè; tutti mangiano il boccone, quindi la preghiera riprende.

Resto per oltre un’ora ad ascoltare questo rumore sommesso, come un’onda del mare che va e viene in continuazione senza cambiare troppo di ritmo o d’intensità, scandendo il tempo inesorabilmente, fino a rivelare che il concetto di tempo non ha senso, che è una semplice applicazione della razionalità alla realtà pratica nel tentativo di darle un ordine, di schematizzarla, mentre invece il moto è eterno, il fluire è eterno, e quello che è ora era ieri e sarà domani, non esiste l’invecchiare, esiste l’esperienza, riempirsi, svuotarsi, trasformarsi, l’essenza resta tal quale, si arricchisce di sfumature e continua a esplorare, a fluire.




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