venerdì 6 dicembre 2019

Al Mulaz—Alta Via N. 2 delle Dolomiti


Di buon mattino mi ritrovo a percorre in pulmino la strada che da San Martino di Castrozza sale verso il passo Rolle e poi il passo Valles. Ripenso ai ciclisti del Giro d’Italia che sono passati da qui un paio di mesi fa. Andare in bici non è la mia attività preferita, ma amo molto seguire il Giro d’Italia, con quella sua miscela di emozione, fatica, sofferenza, sogno, umanità, bellezza.

Dopo una breve sosta a una malga, ci avviamo a piedi lungo un bel sentiero ondulato che spesso si impenna alternativamente in salita e in discesa. Alla forcella Venegia, ci aspetta un gruppo di mucche sonnolente nell’aria ancora fresca del mattino, sparse lungo tutta la terrazza di fronte alle Pale di San Martino.


Alla forcella Venegia (2216 m.) con le Pale di San Martino
Poi, scendendo lungo il sentiero ancora variegato di erba e sassi, raggiungiamo un prato per una sosta.



Da qui saliamo di nuovo anche per tratti ripidi fin là dove l’erba non cresce più: sassi e terra, poi pietraie, poi rocce e rocce.





L’ambiente è minerale e primordiale, lì c’è l’origine, lì c’è l’essenza, il nucleo comune.
Comincio a dimenticare.



Arrivati a un’altra piccola forcella, ci affacciamo sul versante opposto. Il mio sguardo spicca un balzo e poi si lascia andare, fluttuando tra le rocce biancastre, sempre solo rocce e rocce.
Il rifugio Mulaz è proprio là in mezzo, manifestazione umana dell’essenza, qui ad essa un po’ più simile perché più vicina all’origine.
Lo trovo stupendo.


Il rifugio Volpi al Mulaz in mezzo alle rocce, 2571 m.
Prima di raggiungerlo, non posso evitare una capatina al Sasso degli Arduini che svetta poco sopra di me alla mia sinistra. Arrivo in cima e alla sua croce in pochi minuti per un nuovo volo di animo e di sguardo sulle rocce.

Il pomeriggio è ancora giovane e, scesa al rifugio e tirato un poco il fiato, mi avvio, spalle e passo alleggeriti, verso il monte Mulaz.
Il gruppo del Focobon attornia il rifugio Mulaz
Eric racconta dei suoi record di percorrenza dal rifugio alla cima e, pur non tentandone uno nuovo, sale spedito. Io, che in genere non riesco a trattenermi nemmeno dal competere con i pedoni in strada, impegnata in immaginarie gare di velocità, resto insensibile alla sua velata proposta di sfida. Le mie gambe spingono e il cuore pompa quel tanto che basta per sentirne l’energia ma non così tanto dal distrarmi dallo spirito del luogo in cui in questo momento vivo.
C’è una campana sulla cima del Mulaz, fissata a una cornice metallica adornata di sassi.
Sul Mulaz, 2906 m.

Il suo suono è fragoroso nel cielo tra le rocce e fa sobbalzare tre ragazzi seduti appena più sotto. “Scusate, come non avrei potuto…?”

Resto qualche minuto a camminare sulla cima. Sasso Lungo e Sasso Piatto, Cima Uomo, Marmolada, Cristallo, Civetta, là in fondo credo di distinguere due delle tre Cime di Lavaredo.

Quando più tardi ritorno al rifugio, resto ancora un poco all’aperto seduta a un tavolo, vagando tra immagini reali che i miei occhi mi propongono e immagini virtuali zampillate un po’ a caso, un po’ per associazione, un po’ per divertimento, dalla mia mente, finché del sole resta solo il colore.
Le Dolomiti dal rifugio Mulaz



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