giovedì 31 dicembre 2020

Monte Bianco nella notte

 

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Il sonno era stato quello che precede i grandi eventi, irrequieto, profondo ma allo stesso tempo sensibile al minimo guizzo di umori del mio corpo o al minimo movimento delle mie membra: mi svegliavo allora, come affiorando rapidamente da un buio lontano che, a brandelli, mi rimaneva negli occhi. Sbattendo le palpebre cercavo di liberarmene, mentre il pensiero di quello che di lì a poco avrei fatto richiamava tutta la mia attenzione e mi scuoteva, caso mai me ne fossi dimenticata… Ma come potevo dimenticare?

Cercavo allora di tranquillizzarmi e di calarmi di nuovo nel silenzio per qualche minuto ancora: volevo riposare ed essere pronta poi.

A un nuovo risveglio, i primi rumori di passi e fruscii insistenti mi convinsero a controllare l’orologio: le 2 e 30! Era scoccata l’ora, era ora di andare.

L’eccitazione nel dormitorio del rifugio Goûter, lungo la via normale francese del Monte Bianco, fu presto intensa. In tanti si rivestivano di fretta, gli occhi piccoli, i visi tirati. Anch’io cominciai a prepararmi senza farmi distrarre dalle ansie altrui, mentre il cuore mi batteva più veloce, ed emozione, paura, euforia si rimescolavano nel mio animo.

Nella stanza degli attrezzi ritrovai la stessa tensione. La luce elettrica, ancora più sferzante nella notte, ben si accordava ai movimenti bruschi, alle voci troppo alte, agli spintoni e all’aria gelida che si spandeva in un istante ad ogni apertura della porta. Ma ancora non ne fui turbata: concentrata, in quel mio stato di esaltazione intima, infilai l’imbrago, sistemai picca, zaino e ramponi e mi sentii pronta a partire.

Uscimmo nella notte, Alessandro, Antonio e io. Solo qualche mormorio tra noi, ma ci scrutammo l’un l’altro per qualche secondo e trovammo conferma e intesa.
Sentii l’aria fredda frustarmi il viso e inspirai profondamente preparandomi alla fatica della prima mezz’ora. Sapevo che sarebbe stato duro per me far entrare in funzione il mio corpo a pieno ritmo a quell’ora insolita. 
Cominciammo a muoverci sul ghiacciaio che si apriva dinanzi a noi: alzai lo sguardo e lo vidi, ampio e bianco, estendersi dal rifugio al Dôme du Goûter, stagliato contro il nero della notte. Era illuminato di una luce fioca, trasparente e calda che si diffondeva fino a tutte le montagne circostanti, riverberando sulla sua superficie e rischiarandone ogni ondulazione. La luna piena infatti campeggiava autorevole alla mia sinistra nel cielo terso, rendendo superflue le nostre lampade frontali.
Camminammo in silenzio su un pendio inizialmente poco ripido. Con stupore, notai che non stavo ansimando, che i muscoli rispondevano energici e che il mio respiro era già pieno e regolare. L’inclinazione lieve di quel primo tratto mi aveva senz’altro aiutata a carburare.

Il nostro passo lento prese a poco a poco vigore, sostenuto da una crosta di neve gelata che i ramponi abbrancavano saldamente. Senza distrarmi troppo dal tracciato, sollevai più volte lo sguardo lasciandolo spaziare in quel chiarore tenue su punte di roccia, dossi, avvallamenti che movimentavano di ombre il biancore del ghiacciaio; da qui, poi, lo lasciai scivolare più su e addentrarsi nel nero profondo del cielo, da cui riemerse dopo pochi istanti aggrappato ai lumicini ondeggianti delle stelle, per posarsi finalmente sul tondo invitante della luna.
Ma è luce fredda o tepore che profonde la luna piena? È altera o amorevole la luna?

Davanti a noi, scorsi le serpentine di altre cordate che ci precedevano, mentre qualcuna avanzava cadenzata più in basso. Ciascuna procedeva al proprio passo, un po’ sulla traccia già segnata, un po’ aprendone di nuove, ben distanziata dalle altre: quella notte non appesantimmo la montagna con i nostri clamori e inquietudini perché il mal tempo del giorno precedente che aveva bloccato noi e altri in rifugio aveva anche impedito a molti di arrivare.
Alessandro, Antonio e io continuammo a procedere sul ghiacciaio in muto, perfetto accordo, agevolmente inseriti in quella combinazione dinamica di elementi.
La salita, gradatamente più ripida, ci portò verso il Dôme du Goûter che toccammo senza raggiungerne la cima, e allora, a poco più di 4000 metri di quota, ci apparve la cima del Monte Bianco. La sua parete che ci apprestavamo a salire si innalzava bianca di ghiaccio e rugosa di rocce verso una cima arrotondata, sovrastata, nel cielo, da Orione e dall’Orsa Minore e splendente della luce della luna. Sussultai in quell’emozione quieta ma intensa che mi accompagnava dal risveglio. La mia mente era sgombra. Intenta a controllare la mia azione e ai movimenti dei miei amici e compagni di cordata, ero appena conscia della presenza di altre persone, mentre mi aprivo all’ambiente straordinario in cui mi trovavo, lasciando che la sua atmosfera—luci, colori, freddo, forme, sbuffi di vento, montagne, neve, ghiaccio—mi riempisse l’animo.

Il cammino era ancora lungo, e la notte continuava, tuttora ignara della luce originaria e calda—questa di certo—del sole.
In discesa raggiungemmo il bivacco Vallot. Mi resi conto che nonostante mi fossi preoccupata di muovere di tanto in tanto le dita dei piedi negli scarponi, alcune erano diventate insensibili. Entrammo nel bivacco, trovammo da sederci tra carte strappate e sacchetti vuoti abbandonati dai soliti troppo presi da se stessi per provare a conoscere altro da sé e mi levai uno scarpone. Strofinai le dita per qualche minuto senza sentire calore, ma riuscendo comunque a fletterle. Decisi di non preoccuparmene per il momento, ci avrei pensato, se mai, a quote più basse.
Ritornammo di fuori e abbordammo la salita. La china fu da subito ben più ripida. Percepii il cambio netto di pendenza, ma raccogliendo con uno sforzo cosciente tutte le mie energie, cominciai a spingere di più sulle gambe mantenendo il ritmo e mi ci adattai in breve. Ora non solo il cielo stellato e la luna piena ma anche il Monte Bianco, la cui cima mi appariva sempre più vicina e raggiungibile, mi infondevano forza ogni volta che levavo gli occhi dalla traccia sul ghiacciaio.

Attenta a ogni passo, curandomi di affondare con fermezza il piede, mi accorsi a un tratto che il cammino si era fatto stretto. Procedevamo infatti lungo una linea sottile all’incontro di due pendii che scendevano ripidi ai nostri lati. Ebbi un brivido e sentii le gambe tremare, ma immediatamente ritrovai l’equilibrio e mi credetti un po’ acrobata ad avanzare diritta e decisa, senza guardare giù in fondo, su quel percorso sottile che già mi sembrava di nuovo sufficientemente ampio. Stavamo percorrendo la cresta delle Bosses che ci avrebbe portato alla salita finale prima della cima. Come lo capii, in quella notte trasparente di luna sul Monte Bianco, mi colmai di gratitudine.

Seguitammo lungo il crinale ad andatura costante. Dalla partenza, ci eravamo concessi qualche breve pausa per dissetarci, scambiare qualche impressione e soprattutto osservare. Ma la notte era fredda e non potevamo indugiare, fermi, troppo a lungo. Ad ogni ripartenza, ben sapevamo che il cammino da fare si abbreviava e con esso quella notte di eventi.
Presto, infatti, a est il cielo, non più cupo, si chiazzò d’arancio, e una luce diversa calò su quel singolare scorcio di mondo che in quel momento ci comprendeva e che contribuivamo ad animare. Un momento di stanchezza sulla salita ormai costantemente erta mi spinse a guardare di là, volgendo la nuca alla luna piena. Adesso cercavo l’alba, il colore, il risveglio di suoni e di moti, la promessa di vita. La notte mi aveva portata fino a quel punto nella sua calma fremente, impenetrabile alla vista, ora si stava per fare giorno, un mondo nuovo stava per aprirmisi dinanzi.

L’alba dalla cresta del Monte Bianco

Alessandro ci fermò: “Guardate!” esclamò. Alla nostra destra, l’ombra del Monte Bianco si allungava sulle nuvole e nel cielo, fino a culminare nella striscia arancio all’orizzonte.
Mentre cercavo di fotografarla, il guanto che mi ero sfilata e tenevo tra le labbra intirizzite, cadde e, scosso da un colpo di vento, volò via. Un po’ sbalordita lo vidi rotolare sulla neve a pochi passi da noi ma già sul pendio scosceso e poi sparire. Il Monte Bianco aveva voluto un mio guanto.

Riprendemmo a salire lungo la cresta. “Mancherà una mezz’ora?” chiese Antonio. “Mezz’ora? No, sette minuti!” ribatté Alessandro.
Sette minuti?! Non uno di più non uno di meno? Ridemmo, non so se più divertiti dalla precisione della stima o più allietati dalla vicinanza della meta.
In sette minuti—poco più, poco meno— superammo un’altra bozza e poi il cammino si spianò sulla cima. Stava sorgendo il sole.
La percorsi in tutta la sua lunghezza fino al margine opposto, dove altre quattro o cinque persone vocianti si congratulavano tra loro.
Mi fermai e, girando adagio su me stessa, ammirai, rapita, la distesa di cielo e monti di fronte a me, respirando lentamente come per assorbire rocce, guglie, massicci innevati che mi circondavano più in basso.
Eravamo al di sopra di tutto. Questa era una sensazione nuova per me: tutto era sotto di noi, tutto vedevamo, anche lontano, così lontano come non avevo potuto vedere mai.
C’era poco da dirsi. C’era da guardare, sentire, cercare di cogliere almeno un po’ di quella realtà speciale per portare qualcosa della sua essenza con noi.
Ancora qualche minuto sul capo del Monte per accommiatarci degnamente, poi, era giorno ormai, e il giorno l’avremmo dedicato, con la stessa attenzione elargita alla notte, al ritorno.

Sulla cima, tutto è sotto di noi





lunedì 13 aprile 2020

LIBERTÀ


Vivere liberi, rispondendo unicamente ai moti del proprio spirito.
Svegliarsi e dormire secondo i propri bisogni, muoversi, nutrirsi quando e come va, fare ciò che spontaneamente si vuole fare e come lo si vuole.
Indugiare al tepore del sole finché se ne ha voglia, camminare senza meta, fermarsi a contemplare.



Buttare qualche pensiero su un foglio di carta, abbozzare una figura, rispecchiarsi in ogni tratto lasciato, parola o disegno che sia.
Prendersi cura del proprio ambiente più intimo.
Smuovere la terra con le mani, carezzarla, raccogliere.



Produrre cose, più o meno temporanee, da usare subito o da tenere, sempre spremendo un po’ di se stessi in ognuna.
Fermarsi e respirare.
Assorbire le stagioni.


Aprire una finestra al mattino e seguire il richiamo. L’aria è dolce? Uscire e mischiarsi con essa finché ci si è colmati a vicenda. L’aria è tagliente? Prendersi le sue sferzate sul viso, poi sciabolare con essa scambiando fendenti fino a richiamare nel battibecco concitato ogni propria cellula, toccare l’apice maestoso della sinfonia prossimi al gelo delle espressioni e delle sensazioni e quindi ripararsi, duello sospeso in accordo dopo un’ultima occhiata ancora una volta complice, tornare a proteggersi abbandonandosi lentamente al calore.


Ogni giorno, ogni momento, uno scambio con la vita, senza obblighi, senza costrizioni, spontaneo, inevitabile, d’amore, ora quieto e premuroso, ora vibrante e appassionato.
Rispondere appieno e soltanto alla propria natura, alla natura, alla vita.


Libertà è solitudine.
L’arrivo di un’altra persona la riduce, cioè la nega.
Nel momento in cui non si è più soli e si riconosce, si guarda e si ascolta un’altra persona, la libertà diminuisce perché, prima o poi, giungeranno richieste, si manifesteranno necessità. Libertà può in realtà continuare a esserci quando si è portati spontaneamente a rispondere a queste necessità che coinvolgono altri da noi; sempre, però, si sarà chiamati a un certo punto a fare qualcosa che si preferirebbe evitare. Qui diminuisce la libertà.


Ma quanto appaga la libertà piena, seppur solitaria in compagnia di se stessi? Questa libertà totale, anelito ultimo, anima dei sogni, è davvero la meta sublime?

Il servizio dà senso compiuto alla libertà. Vivere la propria libertà nel servire altri per poter vivere la propria libertà intima sciolta da legami.

La difficoltà sta dunque nel trovare l’equilibrio, nel non lasciarsi intrappolare nell’intrico delle richieste e dei doveri fino a dedicarsi solo a quelli. Limitare, anzi, i doveri, idealmente non averne, fare per gli altri sfrenatamente, perché non se ne può fare a meno. Sì, libertà nel servizio. Dare, ricevere, sentire, elaborare, rigurgitare. Esprimere, generare.



La libertà dell’artista, apprezzato o meno che sia. La capacità di entrare e uscire dalla propria intima libertà verso quella comune, partecipare a quest’ultima, arricchirla di sé ed espanderla un poco per tutti ma senza lasciarsi intontire, senza farsi calpestare. Raggiungere quella dinamicità per muoversi fluidamente nella libertà senza tradire se stessi, tra quella comune che suggerisce percorsi—spesso da spianare o migliorare—e quella personale nella illimitata possibilità di creazione.

Libertà nel servizio esalta e nutre la libertà personale per alimentare la vita, trasformarla e generarla. Celebrarla.






venerdì 6 dicembre 2019

Al Mulaz—Alta Via N. 2 delle Dolomiti


Di buon mattino mi ritrovo a percorre in pulmino la strada che da San Martino di Castrozza sale verso il passo Rolle e poi il passo Valles. Ripenso ai ciclisti del Giro d’Italia che sono passati da qui un paio di mesi fa. Andare in bici non è la mia attività preferita, ma amo molto seguire il Giro d’Italia, con quella sua miscela di emozione, fatica, sofferenza, sogno, umanità, bellezza.

Dopo una breve sosta a una malga, ci avviamo a piedi lungo un bel sentiero ondulato che spesso si impenna alternativamente in salita e in discesa. Alla forcella Venegia, ci aspetta un gruppo di mucche sonnolente nell’aria ancora fresca del mattino, sparse lungo tutta la terrazza di fronte alle Pale di San Martino.


Alla forcella Venegia (2216 m.) con le Pale di San Martino
Poi, scendendo lungo il sentiero ancora variegato di erba e sassi, raggiungiamo un prato per una sosta.



Da qui saliamo di nuovo anche per tratti ripidi fin là dove l’erba non cresce più: sassi e terra, poi pietraie, poi rocce e rocce.





L’ambiente è minerale e primordiale, lì c’è l’origine, lì c’è l’essenza, il nucleo comune.
Comincio a dimenticare.



Arrivati a un’altra piccola forcella, ci affacciamo sul versante opposto. Il mio sguardo spicca un balzo e poi si lascia andare, fluttuando tra le rocce biancastre, sempre solo rocce e rocce.
Il rifugio Mulaz è proprio là in mezzo, manifestazione umana dell’essenza, qui ad essa un po’ più simile perché più vicina all’origine.
Lo trovo stupendo.


Il rifugio Volpi al Mulaz in mezzo alle rocce, 2571 m.
Prima di raggiungerlo, non posso evitare una capatina al Sasso degli Arduini che svetta poco sopra di me alla mia sinistra. Arrivo in cima e alla sua croce in pochi minuti per un nuovo volo di animo e di sguardo sulle rocce.

Il pomeriggio è ancora giovane e, scesa al rifugio e tirato un poco il fiato, mi avvio, spalle e passo alleggeriti, verso il monte Mulaz.
Il gruppo del Focobon attornia il rifugio Mulaz
Eric racconta dei suoi record di percorrenza dal rifugio alla cima e, pur non tentandone uno nuovo, sale spedito. Io, che in genere non riesco a trattenermi nemmeno dal competere con i pedoni in strada, impegnata in immaginarie gare di velocità, resto insensibile alla sua velata proposta di sfida. Le mie gambe spingono e il cuore pompa quel tanto che basta per sentirne l’energia ma non così tanto dal distrarmi dallo spirito del luogo in cui in questo momento vivo.
C’è una campana sulla cima del Mulaz, fissata a una cornice metallica adornata di sassi.
Sul Mulaz, 2906 m.

Il suo suono è fragoroso nel cielo tra le rocce e fa sobbalzare tre ragazzi seduti appena più sotto. “Scusate, come non avrei potuto…?”

Resto qualche minuto a camminare sulla cima. Sasso Lungo e Sasso Piatto, Cima Uomo, Marmolada, Cristallo, Civetta, là in fondo credo di distinguere due delle tre Cime di Lavaredo.

Quando più tardi ritorno al rifugio, resto ancora un poco all’aperto seduta a un tavolo, vagando tra immagini reali che i miei occhi mi propongono e immagini virtuali zampillate un po’ a caso, un po’ per associazione, un po’ per divertimento, dalla mia mente, finché del sole resta solo il colore.
Le Dolomiti dal rifugio Mulaz



martedì 16 aprile 2019

Monte Bianco

Sulla crête des Bosses, verso la cima del Monte Bianco
È un trenino di montagna che da Les Houches ci porta alla stazione del Nid d’Aigle.
Mi sento nel pieno dell’avventura, ho ormai raggiunto le pendici più basse del massiccio del Monte Bianco.
Sto vivendo il sogno.
Grande esaltazione e grande agitazione.
Non sono sicura di essere abbastanza pronta, sono intimorita, ancora più intimorita di come mi sento di solito in montagna in situazioni simili.
Ma l’occasione è arrivata e, in quell’istante in cui ho lasciato prevalere l’entusiasmo sulla paura, ho accettato di partecipare.


Al Nid d’Aigle, a breve distanza dall’omonimo rifugio, si è tra le montagne: nessuna casa o strada in vista, le tipiche pendici alpine di queste zone, erba breve e sassi. Dopo pochi passi, sono i sassi che ricoprono il sentiero, lasciando solo piccoli ciuffi verdi.
Mi piace questo ambiente, nudo, schietto, spietato. Non ti nasconde nulla, puoi farti male, ma ti aveva avvertito.


Antonio e io cominciamo a salire, ognuno al proprio passo, fermandoci quando ci va a osservare gli stambecchi.

Mentre cammino non ho più paura, mi sento bene e non penso a domani.


Arriviamo rapidamente verso i 3000 metri e poco dopo scorgiamo il rifugio Tête Rousse, oltre il ghiacciaio. Il sentiero pietroso ci porta infatti ai bordi del ghiacciaio, ed è lì che di nuovo la mia eccitazione riprende a crescere, ribollendo mista a timore.

Sì, il momento sta per avvicinarsi, calcare le pendici del Monte Bianco, è tutto vero!

Speriamo in bene…

Ci avviciniamo al rifugio Tête Rousse

Attraversiamo un tratto di ghiacciaio per raggiungere il rifugio

Attraversiamo velocemente il tratto piano di ghiacciaio ed entriamo nel rifugio.

Gelo improvviso.

Vengo subito richiamata da uno degli antipatici gestori perché ho lo zaino in spalla. “Lo zaino si lascia fuori!” mi intima con disprezzo da dietro il banco un uomo frustrato dal colorito grigiastro. E poi, quando chiedo dove si trovino le toilettes, mi risponde seccato: “Lei dorme qui?” La mia risposta affermativa mi guadagna il diritto di conoscere l’ubicazione delle toilettes, all’esterno del rifugio.

Accidenti, va be’ che stanno lavorando, ma si trovano in un posto magico. La gente va e viene, tesa, vociante, esigente, ma loro, ogni giorno, hanno il privilegio di respirare nella tranquillità totale, nel silenzio umano completo, nell’intimità coinvolgente con la montagna quell’aria leggera e frizzante, dorata di sole e libera oppure incupita che fa sigillare porte e finestre e cercare tepore e riposo. Si trovano a vivere una situazione eccezionale per intensità emotiva, ma evidentemente non se ne sono accorti.

In ogni caso, non mi lascio turbare dall’ambiente poco amichevole perché sono alla prima tappa della Grande Avventura…! Ci sono dentro e non sarà questo a guastarmi l’emozione.

Si tratta ora di far passare il pomeriggio cercando di rimanere tranquilla.

Tentativi di relax all'esterno del Tête Rousse

Esco e mi siedo su una pietra, mentre i miei occhi vengono calamitati dall’imponente visione di fronte a me. Una enorme montagna imbiancata, scintillante sotto il sole pomeridiano.
…Che sia questo il Monte Bianco? Non mi risulta che si veda da qua, ma la visione è davvero impressionante. Antonio ne sa quanto me e nutre gli stessi dubbi, ma nessuno dei due ha il coraggio di chiedere agli altri temendo una figuraccia.

L'Aiguille de Bionassay, di fronte al rifugio Tête Rousse, a 3167 m.
Resto a guardare ammaliata la montagna e, più vicino a noi, il sentiero di rocce che si inerpica verso il rifugio Goûter.
Sì, lì, proprio davanti a noi, si delinea il famoso—o infame—couloir du Goûter, il corridoio dalle rocce instabili, che spara scariche di sassi nelle ore più calde, travolgendo, spesso senza dare scampo, chi per sventatezza o semplicemente per sfortuna si trovi ad attraversarlo.

È un passaggio obbligato ora come ora lungo la via normale per il rifugio Goûter. Vie alternative da attrezzare con cavi sono state proposte, ma nulla è stato fatto finora.

A un certo punto sentiamo il rumore di un elicottero e dopo poco lo vediamo sorvolare il ghiacciaio di fronte a noi, su e giù lungo il corridoio del Goûter. Ci guardiamo interrogativamente, io formulo nella mia mente varie ipotesi ma non oso enunciarne nemmeno una, non avendo elementi che le avvalorino.
Dall’elicottero viene calato un uomo appeso a un cavo che resta per un po’ a penzolare senza scopo evidente.

“Stanno cercando qualcuno che è precipitato dall’alto del couloir” proclama la voce che si è diffusa rapidamente, seminata dai soliti ignoti (i soliti idioti?).
“Ah, un salvataggio allora” dice Antonio.
“Un salvataggio?” ribatte qualcuno con compatimento “Un recupero, piuttosto” continua saccente lo sconosciuto.

Perché questo catastrofismo compiaciuto senza fondamento? Che piacere ci trovano i soliti ignoti?
Mi ritiro nauseata verso altri pensieri, mentre l’elicottero, tirato a bordo l’uomo oscillante, se ne va.

Nelle ore successive non ci arriva notizia di incidenti, né si presentano altri potenziali soccorritori. Infatti si trattava solo di un’esercitazione.

Il pomeriggio trascorre lento. Non mi va di leggere, non riesco a concentrarmi su nulla. Scambio qualche parola con Antonio e Alessandro, la nostra guida che intanto ci ha raggiunto. Mi sposto dal rifugio alla terrazza di fronte alla maestosa Aiguille de Bionassay, che Alessandro ha casualmente identificato per noi al rifugio. Mi sento molto stanca e nervosa. Sono preoccupata e in parte so perché: l’idea di percorrere domani 1600 m di dislivello in salita nell’aria sempre più sottile, partendo alle 2 di notte, affrontando subito il couloir nel buio, poi le rocce e il ghiacciaio fino alla cima del Monte Bianco e infine un dislivello enorme in discesa, oltre 2000 metri, mi spaventa.

Ma c’è di più. Non è una semplice preoccupazione oggettiva di fronte a questa realtà. Provo una sensazione di timore profondo che resta cupo e pesante anche quando mi sforzo di guardare con distacco alla camminata che ci aspetta, pensando a come dosare le forze e richiamando altre situazioni simili, almeno da un punto di vista della fatica fisica.
Niente da fare, resto agitata.
So, in realtà, qualcosa in più: in genere, questo stato d’animo è legato all’intuizione che qualcosa non funziona.

Intanto, arrivata la sera, comincia a lampeggiare, ed è una sorpresa perché non erano previsti temporali. Cominciamo a seguire le previsioni del tempo. Il bollettino arriva dopo le 8 ed è perentorio: temporali in tarda serata e nella notte, poi nuvoloso e schiarite nel pomeriggio.

La decisione è presa: non si potrà partire alle 2 come previsto.
Siamo delusi, naturalmente, ma se così sarà il tempo, non rischieremo.

In realtà, seppur delusa, io mi sento sollevata. Sento che così deve essere, che probabilmente è un bene per me non partire così presto e che forse la situazione cambierà ancora e, comunque sarà, io mi sentirò più fiduciosa nel viverla.

Le luci al rifugio si spengono alle 9.
Non riesco a dormire e credo di rimanere sveglia fino all’1, quando quasi tutti nel dormitorio si alzano e cominciano a prepararsi.
Alessandro esce dalla stanza per tornare poco dopo: “Piove. Adesso non partiamo”.

Mi giro nel mio giaciglio e mi addormento, mentre chi si era vestito ritorna e si rimette a letto.

Alle 5, nuovo comunicato di Alessandro: “È ancora coperto, non andiamo nemmeno ora.”
Accetto il verdetto senza sbalzi emotivi e mi riaddormento.

Quando alle 7 ci ritroviamo al tavolo di una magra e patetica colazione (una fetta di pane a testa e marmellata), il bollettino meteorologico ci informa che il cielo si aprirà un poco nel pomeriggio, poi nuvole e temporali torneranno per tutta la sera, liberando il campo per una notte limpida, preannuncio di una mattinata e di un pomeriggio soleggiati.

Mentre faccio calcoli su tempi di percorrenza, soste e ripartenze, l’idea sboccia sfolgorante nella mente di Antonio: “E se trovassimo posto al rifugio Goûter per questa notte? Potremmo salire fin là e poi partire nella notte per la cima…”

L’idea mi piace! L’accolgo subito con soddisfazione senza che nessuna di quelle sensazioni contrastanti erompa in me spontaneamente a suggerire una valutazione diversa.

Sarebbe in effetti la soluzione ideale, ma si sa, il Goûter in genere è pieno, prenotato con mesi di anticipo.

…Però… questo tempo avverso potrebbe aver suggerito a qualcuno che aveva prenotato di non partire oggi e di lasciare libero il proprio posto.

Alessandro si fionda a telefonare.

Risposta semplice quanto chiara: miracolosamente ci sono 2 posti liberi!

Si può fare allora! Anzi, si fa! I posti sono ora a nostro nome, Alessandro si sistemerà nella sala comune senza problemi e poi, chissà, magari si libererà anche un terzo posto che gli spetterà.

Abbiamo quindi un nuovo piano: saliremo in mattinata al Goûter e da lì ripartiremo nella notte per la cima del Monte Bianco.

Partiamo poco dopo le 9. Attraversato un breve tratto di ghiacciaio, saliamo lungo un sentiero e in pochi minuti siamo al couloir. Alessandro si ferma e noi con lui. Osservo la stretta distesa di sassi davanti a noi e su, in alto, ci sono solo rocce.

Alessandro si gira verso di noi: Questo è il cammino che dobbiamo percorrere” dice indicandoci con il braccio un passaggio tra i sassi che parte ai nostri piedi e il punto da raggiungere “dobbiamo farlo velocemente. Voi guardata dove mettete i piedi, io guardo anche in alto. Sembra tutto tranquillo, non è tardi, ma dobbiamo essere veloci”.


Guardo ancora qualche secondo il tragitto—partenza, percorso, arrivo—è ben stampato nella mia mente. Pochi metri da percorrere in pochi minuti. Mi concentro sul terreno e sui rumori, cerco di restare all'erta per poter reagire in fretta a qualsiasi imprevisto.

Alessandro ci guarda come per darci la spinta finale “Bene. Andiamo” e parte determinato.

Via, il più veloce possibile, alla nostra sinistra il couloir fragile e irrequieto, dall’altra parte la parete scoscesa. Osservo con attenzione ogni mio singolo passo, uno scarpone dopo l’altro, avanti. Annullo ogni rumore ambientale che non sia l’eventuale rombo di pietre che si staccano, sbattono e rotolano. Avanti. Raggiungiamo un gruppo di rocce “Qui siamo quasi fuori pericolo” ci tranquillizza Alessandro “se dovessero cadere sassi, basta che ci appiattiamo sulla parete e siamo protetti”. Ancora qualche metro e arriviamo al traguardo, siamo fuori dal couloir.

Ci aspetta ora una salita tra le rocce, aggrappandoci a sporgenze naturali e a cavi fissi, spingendo con le gambe, tirando a volte un poco di braccia, cercando di mantenerci ben saldi sugli appigli che abbiamo scelto.

Tra le rocce, il primo tratto verso il rifugio Goûter


Sono ben felice di affrontare questa salita in pieno giorno. Ieri, quando nervosamente e con un po’ di ansia pensavo alla partenza notturna, era come se intuissi che ci fosse una qualche difficoltà per me significativa: queste rocce ripide, bagnate e scivolose e subito dopo 1000 metri in salita sul ghiacciaio.


Dopo poco più di due ore, l’ultimo sforzo ci porta sui ghiacci, di fronte a un guscio tondeggiante di vetro e metallo che si fa notare senza sferrarti un pugno in un occhio, solo perché elemento diverso, acquattato tra slanciate forme rettilinee, spigolose e imbiancate: il nuovo rifugio del Goûter. Mi piace, lo trovo discreto ed elegante e ho voglia di arrivarci.
Arrivo al Goûter, 3815 m.
Qui l’accoglienza è simpatica. Tutti e tre ci sistemiamo in camera, c’è un posto anche per Alessandro! Ora si tratta solo di far passare un altro pomeriggio in rifugio. C’è apparente tranquillità: alcuni chiacchierano a bassa voce, altri sfogliano libri e riviste. In realtà c’è tensione, in me e mi sembra in tutti. Anch’io mi sposto nervosa, ma non inquieta, dal tavolo alla finestra, alla camerata.
Stanotte si parte per la cima del Monte Bianco, ma non sono più ansiosa: partiremo a notte fonda sul ghiacciaio e, a un certo punto, mentre avanziamo, il sole sorgerà e lentamente si farà giorno instillandomi una nuova carica. Quello è per me un momento fantastico, quando compare la prima luce e sento la meta più vicina.

Alle 8.30, dopo cena, le luci si spengono.
Coricata, cerco per qualche istante di rafforzarmi emotivamente e poi di lasciare andare ogni pensiero e riposare.

Alle 2.30, quando mi alzo insieme a molti altri, sono abbastanza serena, mi sento convinta e pronta.

La sala dove abbiamo lasciato ramponi, corda e imbragatura è stipata di gente eccitata che spintona, ma mi preparo senza troppa fatica.

Usciamo tutti e tre nella notte.

Buio e freddo e una grande emozione.

Alessandro, ci guarda negli occhi: “Si va!” dice con un sorriso.

Cominciamo a muoverci sul ghiacciaio.

La notte è limpida, c’è la luna piena.
Il Monte Bianco nella notte sotto la luna piena, in alto a sinistra
Non servirebbe neppure la lampada frontale, tanto è luminosa la luna.


Il freddo è sopportabile.

Per me, la prima mezz’ora è sempre la più dura: il mio corpo si deve svegliare completamente, deve produrre energia e funzionare a pieno ritmo a un’ora in cui è abituato a riposare. Ma stanotte questo mi pesa poco. L’inizio non è molto ripido e così riesco abbastanza presto a prendere il ritmo e a regolare il respiro, senza pensare a nulla.

Guardo ogni tanto la luna piena, le montagne semi-illuminate, respiro e vado avanti senza formulare pensieri. La mia mente resta sorprendentemente tranquilla e silenziosa.

Arriviamo al Dôme du Goûter. È passata un’ora e mezza, forse due ore, la mia quieta ma intensa emozione perdura. Qui siamo a circa 4200 metri e qui, ecco, ci appare il Monte Bianco in tutta la sua maestosità. Questa notte limpida lo rende ancora più sorprendente, nella luce della luna piena, l’Orsa Minore e Orione proprio sulla sua cima.

Lo ammiro in silenzio per qualche momento, osservando il suo punto più alto, dove vorrei arrivare. Davanti a me, il cammino da percorrere.

Continuiamo per un tratto in discesa, fino al bivacco del Vallot, ai piedi della cresta terminale, la crête des Bosses. Entriamo per tirare il fiato qualche minuto e soprattutto per scaldarci. I miei piedi sono freddi, nonostante abbia cercato di muovere le dita all’interno degli scarponi. Mi levo lo scarpone sinistro e strofino le dita senza riuscire a scaldarle; il mignolo soprattutto sembra insensibile. Riesco comunque a muoverle e mi convinco che non è il caso di preoccuparsi.

Usciti di nuovo sul ghiacciaio, la china si fa da subito più ripida. Sento il cambio di pendenza ma con uno sforzo, cercando di concentrare energie e attenzione, mi ci adatto altrettanto in fretta.

Continuo di tanto in tanto a guardare il cielo, le stelle e il Monte Bianco dinanzi a noi per trarne forza, ma rapidamente riporto lo sguardo sulla traccia per non rischiare di perdere l’equilibrio.

In breve, arriviamo all’arrête des Bosses, dove il passaggio è davvero stretto lungo la linea d’incontro delle due pareti che scivolano ripide ai miei lati. Quando me ne rendo conto, provo un brivido, ma immediatamente mi stabilizzo e continuo nella meraviglia, colma di amore e gratitudine. Lì, a camminare sulla china sottile del Monte Bianco in una notte trasparente di luna, mi sento una privilegiata.

Albeggia! Primi raggi di sole, mentre la luna guarda da ovest (foto di Alessandro)
Intanto, a est il cielo accenna all’arancio, mentre a ovest è ancora scuro, regno perfetto della luna piena.


La salita continua senza diminuire di ripidità. Per caricarmi cerco l’alba. Scruto il cielo per coglierne le virate di luce e colore, il suo progressivo illuminarsi che sta ancora una volta per cambiare le apparenze del mondo e gli stati d’animo.
L'ombra del Monte Bianco
Poi Alessandro si ferma e ci mostra a ovest l’ombra appuntita del Monte Bianco distesa nel cielo sopra le montagne. Mentre la fotografo, aggiustando inquadratura e zoom con la mano nuda intirizzita, il guanto che pensavo di trattenere ben saldo tra le labbra vola via! Lo vedo rotolare sulla neve a pochi passi da noi e poi giù, sparisce in pochi attimi.

Il Monte Bianco ha voluto un mio guanto.

Riprendiamo la salita in cresta.
Sull'arrête des Bosses
“Quanto mancherà,” chiede Antonio “una mezz’ora?” “Una mezz’ora?” ribatte Alessandro “No, sette minuti!”.

Sette minuti? Non so se mi stupisce di più la precisione della stima o la vicinanza della meta…Mi spingo su un’altra breve salita, supero un altro piccolo cocuzzolo e lì la traccia si spiana fino alla vetta!

Sul Monte Bianco, 4808 m.
Occhi negli occhi, meraviglia, gioia, abbracci.


Qui siamo sopra a tutto.

Giro su me stessa assimilando il più possibile ciò che vedo: montagne innevate, rocciose, appuntite, arrotondate, massicci distesi, guglie slanciate nel cielo. Cielo azzurro, limpido di sole. Mi accorgo che è come se cercassi di respirare tutto questo in me.
Siamo sopra a tutto!

Sul Monte Bianco

Tutto sta sotto di noi. Questa è la sensazione nuova che provo, l’essere al di sopra di tutto.

Sono pienamente consapevole di dove sono, di che cosa significa per me e di che cosa sto provando.

Siamo in pochi in cima, su questa cima piatta e lunga.

Ricordo suoni di voci, facce sorridenti e Antonio che, proprio lì, si mette a fumare l’”ultima” sigaretta. Questo, almeno, era il proposito, ma il ricordo di questa esperienza nulla potrà alle basse quote contro la nicotina a portata di mano!

Quando ripartiamo, è divertente per un tratto lasciarsi scivolare su uno strato di neve fresca. Già siamo al Vallot, dove ci fermiamo a levarci qualche indumento. E soprattutto a guardare ancora la cima del Monte Bianco dietro la cresta, percorsa ancora da tante cordate.


Poi è una volata fino al rifugio del Goûter.


Con i ramponi ai piedi, attacchiamo il tratto di rocce. Mi intimoriva un po’ questa discesa e in effetti mi devo impegnare per scegliere gli appoggi giusti, ma ho ancora abbastanza energie. Tolti i ramponi a metà percorso, arriviamo al couloir. Come all’andata, ci raduniamo per consolidare determinazione e concentrazione. È poco più di mezzogiorno, il ghiaccio tra i sassi ha cominciato a sciogliersi, vediamo di tanto in tanto delle pietre rotolare al passaggio di quelli che stanno salendo. Guardiamo ancora in su, poi Alessandro ci dà il via “Guardate dove mettete i piedi e date qualche occhiata in alto. Andiamo il più velocemente possibile”.

Partiamo rapidi, io trattengo un po’ il fiato, cerco di nuovo di concentrarmi sui suoni. Negoziamo il passaggio ad ogni singolo passo. Passo dopo passo, lasciaci andare.

Arrivati al sicuro, non ci soffermiamo, ma raggiungiamo in silenzio il Tête Rousse.

Ora c’è solo la facile discesa tra sassi e stambecchi fino al trenino del Nid d’Aigle.



Dedicato ad Alessandro, mio amico e guida, che mi ha regalato grandi emozioni sul Monte Bianco e sulle cime del Monte Rosa e che ora, ogni volta che percorro una montagna, è sempre con me nei miei pensieri.


Modulo di contatto

Nome

Email *

Messaggio *