Il monastero di Gandan si trova su una collina appena al di fuori del centro di Ulaanbaatar. Ci vado a piedi percorrendo il viale della Pace, sfilando davanti ai numerosissimi caffè, ai negozi di artigianato e souvenir e ai ristorantini locali, qui pubblicizzati come fast-food mongolo. Arrivata all’hotel Narantuul, una torre che prendo come punto di riferimento, svolto a destra e mi immetto sulla via Zanabazar che conduce diritta al monastero. Non incontro quasi nessuno, è ancora troppo presto per la maggior parte dei turisti che non viaggiano da soli e si devono aspettare a vicenda.
Come la maggior parte dei monasteri buddisti nelle zone che hanno subito un regime totalitario o quantomeno la sua forte influenza, anche Gandan è stato largamente distrutto negli anni Trenta del Novecento durante la repressione comunista. Oggi rifiorisce nella Mongolia democratica dove il senso di libertà sembra essere davvero connaturato alla mentalità della gente.
Entro con discrezione nel tempio di Vajradhara per non disturbare il mormorio che riempie la piccola stanza nella penombra. Un gruppo di persone è seduto su un paio di panchette basse






