martedì 28 novembre 2017

Jungfrau

Il cielo è ancora buio, una notte d'estate che ancora non ci pensa di svegliarsi. Ma il rifugio brilla di luce che punge gli occhi arrossati di sonno e di aria sottile.

Sono debole perché ieri ho mangiato troppo poco, avevo lo stomaco chiuso, ma sto molto meglio e mi reggo salda in piedi.
Usciamo sul ghiacciaio, noi, come tratti di unione tra il gelo bianco e compatto e il blu cupo rarefatto.



La lunga discesa iniziale, seguita da un lungo tratto piano sono l'ideale per me che oggi ho bisogno di un riscaldamento protratto per far partire il mio corpo. 

Siamo in poche cordate, non sarà una salita affollata, e anche questo mi conforta.

Marc cerca il punto migliore dove attraversare un tratto crepacciato, ma il buio è ancora tale che ritorniamo un paio di volte sui nostri passi per ritentare più in là. Poi ricalchiamo le orme di un'altra cordata che, mentre noi avanzavamo a tentoni, ha trovato un buon varco e ora ci fa strada fino alla roccia.

Qui cominciano a salire ancora nel buio e saliremo, con poche, brevi interruzioni in falso piano, fino alla cima.
Non penso e parto. Il mio stomaco è quieto, le mie gambe forti.

Quando il giorno si sveglia stiamo per superare le ultime rocce di un crinale che ci fanno sbucare al limitare di una piccola valle. Qui il ghiacciaio appena si inarca per raggiungere il tratto successivo di rocce.

Nel giorno ancora semibuio, il ghiacciaio rilfette la prima luce che filtra dalle nuvole
Bianco ondulato ampio mentre il sole si affaccia.

Seduti su un sasso agganciamo i ramponi.

Tratti di unione tra il gelo bianco che assorbe il primo sole e il biancoazzurro luminoso.

Aggrappata al ghiaccio e agganciata al sole, avanzo.


Poco prima del crinale roccioso lasciamo i bastoni per alleggerirci e compattarci.

Saliamo tra le rocce, a tratti piuttosto ripide, e per varie volte ogni cima raggiunta è provvisoria.

Comincio a sentire un po' di debolezza, la cena mancata di ieri sera e non abbastanza compensata stamattina, ma continuo concentrata su ogni movimento.

Superata una nuova falsa cima, c'è un breve passaggio di neve e poi ancora la cresta rocciosa.

Salendo, do un'occhiata ai profili decisi, misteriosi e affascinanti alle mie spalle
Ma stavolta, all'ultimo sasso la montagna si distende sulla neve per affacciarsi sul versante opposto.    

Cima! Attorno picchi e picchi, il Mönch, dove eravamo solo ieri, ghiacciai sinuosi, gole e valli.

Delle colonnine di legno chiaro dal fusto attorcigliato fanno le veci della croce, marcando la cima della Jungfrau, non ne avevo mai viste prima e le trovo strane. Mi sembrano fragili e provvisorie, come se, pur essendoci, non si dovessero notare. Sento la mancanza di un segnale più perentorio, un'affermazione più convinta che quella è la Jungfrau in tutta la sua possanza.

Sulla cima della Jungfrau, 4158 m.
Ci sediamo sulla cima al sole, tratti di unione con un capo un po' più immerso nelle altezze dell'azzurro caldo di luce e l'altro ben saldo sul bianco gelato.
In questi momenti assorbo quanto mi è attorno con sensi attenti e presenti. Respiro, guardo, inglobo, nulla mi distrae.

Quando cominciamo la discesa mi sento ancora bene e mi avvio senza guardare troppo innanzi, osservando il passo del momento e quindi il successivo.

Nel primo tratto in ripida discesa, mi sembra di perdere la presa e di scivolare. Marc mi lancia consigli per continuare rivolata a valle, ma non trovo l'equilibrio e quindi mi giro sul ghiaccio per poter usare anche le mani e la piccozza e scendo all'indietro. Lui invece scende tranquillo come passeggiasse.

In discesa lungo la cresta
Il sole di mezzogiorno inoltrato ora picchia. Il ghiaccio ancora tiene anche se lo sento già più morbido sotto i ramponi.
Un lungo passaggio in costa ci porta tra i crepacci. Ne vedo di nuovi che stamattina non avevo notato. La poca luce o non c'erano nel gelo della notte?
 
Attraversando una specie di ponte non troppo largo, ma dall'aria stabile, un piede affonda nel vuoto e giù!

Sento il mio grido breve e la corda tirare, sono subito ferma addosso a una parete di neve appena sotto il cammino, dietro di me azzurro vivo del ghiaccio che si fa scuro e nero più in fondo. Ma non voglio sapere quanto è fondo! Non guardo. Sono ferma. La piccozza in mano, puntata nella neve, lentamente libero il piede bloccato in un incavo, come ci sia finito, non lo so e mi devo girare e piegare per farlo uscire. Marc e Antonio mi guardano da su, la corda ben tirata. In qualche modo trovo un punto d'appoggio: la piccozza? Un ginocchio nella neve? Un rampone nel ghiaccio? Non lo so. Ma basta per prendere la mano di Marc che mi tira su e ritrovo materia solida su cui riprendere il cammino.

Raggiunte le ultime rocce del crinale, so che, superatele, sarà solo piatto ghiacciaio. Ritrovo i passaggi ripidi del mattino e mi affido alla corda. Poi, l'ultimo–primo sasso.

L'attraversata sul ghiacciaio è lunga. Ora sono stanca e non è perché mi sono rilassata e non pompo più adrenalina. No, questo errore non lo faccio quasi più. E' vera e propria stanchezza fisica, le mie forze sono al minimo, mi sembra che i muscoli delle mie gambe siano ora incapaci di contrarsi e mi muovo solo grazie a poche fibre muscolari che ancora possono rispondere. Ho la sensazione che, improvvisamente, possano anch'esse non funzionare più, smettere di contrarsi per un puro e semplice esaurimento fisico.
Vorrei fermarmi spesso per riacquistare un minimo di forza, ma Marc non mi ascolta. Mi passa invece una Coca Cola calda e, in effetti, la caffeina e lo zucchero mi rianimano un poco e mi spingono in là.

Ma resta lunga, lunga e interminabile. Soffro, voglio solo essere arrivata, fermarmi e riposare, sono allo stremo.


Vediamo ora la stazione della Jungfraujoch, nostra meta, e quando, più vicina, esce dal silenzio mi aggrappo subito ai suoi suoni e alle sue voci. Voci della gente arrivata con il treno che, appena sbarcata, viene irretita dal "luna park" della Jungrfaujoch: ritrova a 3000 metri bar, cibo, rumori, divertimenti della città e vi si tuffa, abbandonandosi a schiamazzi che risuonano striduli tra le cime. Non c'entrano proprio con questo luogo, ma in questo momento mi aiutano proiettandomi davanti visioni confortevoli verso cui mi lancio come verso un miraggio.
 
Arranco fino alla stazione e lì il mio sfinimento, ora lui come un miraggio, sorprendentemente svanisce.
Nel rumore disordinato e fuori luogo trovo un silenzio alto e puro in cui riverbera di nuovo la gioia intensa della montagna incontrata, così totale per quei pochi secondi che fissano indelebilmente la memoria.
Dalla cima della Jungfrau
 Mönch


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