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venerdì 7 agosto 2026

Cotopaxi

 

Il Cotopaxi dal rifugio José Rivas

Dopo alcuni decenni di quiete, il Cotopaxi si è risvegliato nel 2015, emettendo vapori e poi cenere, e poi di nuovo nel 2022–2023.

Io l’ho conosciuto e percorso nel 2013, quando il ghiacciaio arrivava imperturbato fino al cratere. In partenza eravamo alcune cordate di tre persone, inclusa una guida per cordata. Ciascuna procedeva al proprio passo, ma eravamo in contatto tra noi e in caso di difficoltà, Diego, il capo delle guide, si fermava e coordinava le possibili soluzioni. È stata una esperienza incredibilmente emozionante, con qualche tensione tra i partecipanti, superata semplicemente stando ai patti iniziali. 

Per me è stata un’avventura totalizzante, in cui spirito e fisico erano un tutt’uno inscindibile come mai avevo provato. Se il corpo qualche volta ha vacillato pressato dallo sforzo e dalla stanchezza, la mente — lo spirito — l’ha subito sorretto e accompagnato innanzi. Ricordo ancora bene l’euforia, lo stupore, la gioia totali. Qui il mio racconto, scritto poche ore dopo il ritorno.


Conosco i miei compagni ormai da qualche giorno: ci siamo acclimatati insieme, salendo alcune montagne ecuadoriane. L’andatura simile ci ha portato a unirci a gruppetti di due o tre, a condividere lo stesso

tratto di sentiero e a scambiare pensieri. Shannon e io abbiamo lo stesso passo, poche chiacchiere lungo il percorso, sguardi piuttosto, e in genere ci lasciamo andare ai racconti alla meta, provvisoria o meno, mentre aspettiamo gli altri.

Partiamo per il Cotopaxi una mattina da Quito, dopo una giornata di riposo. Io l’ho trascorsa da sola per assecondare i miei ritmi, girando per le vie della città, andando a un mercato di artigianato, tornando in centro a mangiare qualcosa di semplice in previsione della grande salita, tra tifosi che seguivano una partita di calcio della nazionale ecuadoriana sui maxischermi dei bar. Dovevo raccogliere le forze e restare il più tranquilla possibile.

Il pullmino lascia la capitale e si dirige verso le montagne. Il traffico lungo la strada cala, la tensione, già ben percepibile in noi tutti, si intensifica, caricando di consapevolezza il silenzio che nessuno di noi ha voglia di rompere. Abbordiamo le pendici del Cotopaxi e nel primo pomeriggio arriviamo a un piazzale al termine della strada asfaltata. Zaino in spalla, seguiamo la strada sterrata che ci conduce al rifugio José Ribas a 4867 metri, punto di appoggio e di partenza per la cima del Cotopaxi.


Al rifugio

Ci riuniamo in una cucina minimalista: un tavolo, delle panche, qualche fornello. Cerchiamo di ingannare il tempo attorno a un tè, ma nessuno ha veramente voglia di parlare. Discorsi sulla salita ne abbiamo già fatti, e ciascuno si è fatto un’idea di come spera di affrontarla. Intanto Shannon, la mia compagna di cordata, è bianca in viso e sofferente. Ha un’infezione intestinale scoppiata nella notte, che sembra non attenuarsi. Va a coricarsi, sperando in un miglioramento. 

Io esco a camminare un poco attorno al rifugio e a guardare il Cotopaxi, scrutando le sue fattezze e cercando di figurarmi il tracciato verso la cima. È imponente, mi avvicinerò per conoscerlo, proverò a farmi accettare fino ad arrivare dove tocca il cielo, per poi rientrare, giù, in ambienti più umani. 

Ci arriverò là in alto?


Il rifugio Rivas dalle prime pendici del Cotopaxi

Devo tirare le 18, orario della cena. Rientro in rifugio a sistemare il mio giaciglio nel dormitorio, poi scendo di nuovo per mangiare qualcosa, e alle 19 sono nel sacco a pelo. Tutti partiranno all’una di notte, ma la sveglia per Shannon e me è anticipata di un’ora perché si prevede che Shannon si muoverà più lentamente del solito a causa del malessere che la tormenta.

Prima di coricarmi vado un istante a sentire la notte: il Cotopaxi mi appare nitido e solenne immerso nel cielo stellato, con la luna a metà appesa sopra di lui.

Chissà…


Il Cotopaxi nella notte, prima della partenza

Nelle poche ore trascorse distesa mi appisolo e mi risveglio ripetutamente; la mia mente è in attesa di scattare, cerco di lasciarla libera di vagare senza prestare attenzione a quello che mi propone, il mio corpo invece si riposa. Quando alle 23 qualcuno viene a chiamarci, mi sento bene, quel livello di benessere che si può provare a fine giornata dopo una parca cena e un breve riposo, con l’eccitazione fatta di timore ed emozione per l’imminente avventura notturna. Mi sento pronta.

Sorrido a Shannon per incoraggiarla, anche se è evidente che non sta bene. È pallida, fatica ad allacciare gli scarponi, si muove lentamente, ogni movimento le costa un grande sforzo. Ma ci vuole almeno provare, rendersi conto di quello che può fare in queste condizioni.

Shannon arranca nella preparazione, e solo verso mezzanotte e un quarto, un po’ più tardi del previsto, partiamo. Diego, il capo delle guide, ci conduce, io chiudo la fila. Usciamo, l’aria è pungente, la notte è ancora abbastanza chiara. Dobbiamo dapprima attraversare un terreno friabile per raggiungere il ghiacciaio. Shannon è così lenta che dopo solo una decina di minuti Diego ci ha già distanziato. Capisco che sta male, si regge a stento in piedi. Ogni passo è un macigno, il suo respiro è corto e debole.

Shannon a questo punto si ferma, si tiene lo stomaco, poi chiama Diego: “Non sto bene, non ce la faccio…” La sua voce è un soffio, le sue forze sono al limite. Diego la riaccompagna al rifugio, mentre io decido di restare dove sono ad aspettarlo. Sono lì sola nella notte, il Cotopaxi ancora lontano, bianco, sopra di me, ancora un sogno, il buio, il freddo, le luci di Quito giù nella valle. Silenzio sublime, oscurità, chiarori, vita qui, laggiù, ovunque, in bilico. È un momento magico.

Quando Diego ritorna riprendiamo il cammino e in breve raggiungiamo la prima parte del ghiacciaio. Indosso i ramponi, ripongo i bastoni nello zaino e impugno la piccozza. Questo tratto di ghiacciaio è facile da percorrere: non è molto ripido, i ramponi mordono bene il ghiaccio. Il mio passo è in questo momento fermo e sicuro, mi sento bene.

La notte è fatta per dormire, per camminare e per amare, attività con la stessa capacità rigeneratrice. Camminare nella notte quando stai bene ti sgombra la mente completamente. Non pensi o hai brevi pensieri. Sento un suono o una parola che mi rimane appeso nella mente e si ripete, ritmato sul mio passo. Una frase si compone nella mia mente: “Non è troppo ripido per ora”. E automaticamente queste parole cominciano a risuonare più e più volte come un’eco, seguendo la cadenza regolare del mio procedere: non-è-troppo-ripido-per-ora, non-è-troppo-ripido-per-ora…

E io avanzo. Percepisco la progressione del mio andare. Cammino e mi porto più in là.

Forse questo ripetersi di parole nella mia mente mentre il mio corpo è tutto preso in un’attività insolita e impegnativa mi aiuta a concentrarmi e a rilasciare la tensione. Come un mantra, per allontanarmi dai pensieri mondani e trovare la pace mentale.

Rapidamente raggiungiamo una prima sponda del ghiacciaio e ci troviamo di nuovo su un terreno sgombro di neve e friabile. Lo attraverso senza fatica e in breve ci portiamo al punto di ripresa del ghiacciaio che da lì sale ininterrotto fino alla cima del Cotopaxi. Stiamo procedendo a un buon ritmo regolare finché Diego, in contatto con le altre guide, riceve una chiamata: “Alan non ce la fa, deve tornare al rifugio” sento dire Esteban, un’altra guida, alla radiolina. “Ok” risponde Diego “vi aspettiamo, siamo al ghiacciaio”.

E così, ecco un’altra attesa non necessaria. Per me non è una situazione ideale, ma non posso farci nulla. So bene, però, che in cordata con Alan c’è Leslie che ha un’andatura incredibilmente lenta, del tutto incompatibile con la mia. Io penso che in montagna, in condizioni normali, ciascuno debba procedere con il proprio ritmo; per questo, infatti, le cordate erano state combinate in base all’andatura ed eravamo stati informati che se uno dei due partecipanti si ritirava, probabilmente anche il secondo doveva abbandonare se non c’era un posto in una cordata simile per ritmo di camminata. “Ognuno deve procedere al proprio passo” ci ha ripetuto spesso Diego negli ultimi giorni. Comincio a capire perché stiamo aspettando la cordata di Alan e Leslie: Leslie non vuole rientrare e l’unico posto disponibile è con me. Ma non posso accettare questa decisione. Con i contrattempi che già si sono verificati, so che non riusciremo mai a raggiungere per un’ora adeguata la cima del Cotopaxi camminando al passo di Leslie. Sono convinta che al mio ritmo, invece, avrei delle buone possibilità di farcela.

Io voglio davvero provarci, voglio dare a me stessa ogni possibilità e, se fallisco, voglio che sia solo perché io non ce l’ho fatta.
Non posso proprio trattenermi: “Diego, non voglio essere in cordata con Leslie, è troppo lenta” gli dico speranzosa. “Non c’è altra soluzione” mi risponde lui lapidario. E allora sbotto: “Non è giusto, così mi penalizzi, ognuno col suo ritmo, stai riducendo le mie possibilità di raggiungere la cima, non è giusto”. “Non c’è altra soluzione” ripete Diego freddamente “se Leslie continua è in cordata con noi”. “No, è inaccettabile, e se poi lei decide di fermarsi e io voglio continuare?” “Allora torniamo tutti giù”. Gelo totale, io esplodo: Cosa??? No, questo non è possibile, assolutamente non posso accettarlo, non puoi mettermi in cordata con Leslie!”

Diego in realtà sa di che cosa parlo e quanto desideri andare finché le mie capacità me lo consentono e quanto ami quello che sto facendo. Sa anche, credo, che se fossi obbligata a scendere contro la mia volontà potrei poi lamentarmi con chi ha ingaggiato lui come guida. Non so che cosa pesi di più nelle sue valutazioni — probabilmente pure valutazioni di futuro lavorativo per lui e prestigio personale — fatto sta che quando la cordata guidata da Esteban arriva e Alan collassa lungo disteso sulla neve, Diego va a parlare sommessamente con Esteban. Dopo pochi minuti, è Esteban che si fa carico di spiegare: “Leslie va con Agnese, ma dovete entrambe adattarvi: Leslie deve spingere di più, Agnese deve rallentare”.

Mentre sto ancora cercando di vagliare quanto ho appena ascoltato, espresso così categoricamente, Leslie interviene di slancio: “Diego e Agnese devono andare molto piano, se io sono con loro” sbotta ansimando, già con il fiato corto dopo poco più di un’ora.

…Ma come posso io camminare insieme a Leslie? Un moto di ribellione sorge in me incontrollato — spinto dai miei sogni, dal mio entusiasmo, dalla mia forza interiore in genere così quieta e timida anche se piuttosto solida — si espande, fiorisce, erompe: “E se Leslie decide di fermarsi e io voglio continuare? Non è giusto limitare le mie possibilità, abbiamo passi diversi, è inaccettabile”. Ho parlato con passione e convinzione, so che le mie proteste sono sensate e giuste, in base a quanto abbiamo detto fino a ieri sera.

Il problema è che se Leslie continuasse non sarebbe in cima entro l’orario stabilito, termine limite per affrontare in sicurezza la discesa, e io non avrei la possibilità di provarci. Questo è evidente, e Diego ed Esteban sanno che devono consideralo nella loro decisione.

Di nuovo i due si consultano, poi non capisco bene che cosa succede: ho l’impressione che Leslie sia messa in cordata con Stuart e Jackie, che hanno un passo leggermente più lento del mio (anche se poco prima Diego mi aveva detto che una guida non può condurre più di due persone), ma non ne sono sicura perché intanto vedo Diego venire verso di me: “Andiamo” mi dice, secco, senza commenti né spiegazioni. Naturalmente non faccio domande e mi avvio. Mi ha ascoltata.


Poco dopo, durante una pausa, Stuart e Jackie ci raggiungono. Sono soli, Leslie non c’è. Immagino che Leslie sia rientrata con Alan. Forse c’è stata un’altra discussione e hanno concluso che Leslie avrebbe fortemente limitato anche Stuart e Jackie.


La camminata sul ghiacciaio intanto è ripresa ed è decisamente più faticosa perché ora il tracciato è più ripido.


Sul ghiacciaio

Per un lungo, lunghissimo tratto saliamo senza cambiamento di direzione, con il pendio a sinistra e, dunque, il peso del corpo appoggiato sul braccio sinistro che muove la piccozza. Dopo vari minuti di salita, il braccio comincia a farmi male. Diego, intanto, avanza imperterrito, sguardo fisso innanzi, nessuna parola verso di me, nessun incitamento, nessun rimprovero. Ho quasi l’impressione che, per ripicca, voglia stremarmi: “Cammini così rapidamente che non puoi aspettare Leslie? E allora andiamo!” immagino che pensi tra sé e sé.

Ma il braccio adesso mi fa veramente male. Cerco di resistere, ancora un passo, un altro ancora, forse vireremo… Niente da fare, e così, senza deciderlo ponderatamente, di botto mi fermo: il mio corpo ha deciso da sé. La corda si tende.


“Che succede?” mi urla Diego in un tono che sembra escludere ogni tentativo di comprensione del mio stato fisico. “Il braccio mi fa male!” grido in risposta. “Che cosa?” ribatte lui evidentemente per tirarla lunga e minare la fiducia in me stessa. “Il braccio! Il braccio sinistro mi fa male!” “Cosa?”

Ma che, è scemo? O è davvero così arrabbiato con me?

La scena è piuttosto patetica, ma la mia convinzione è ancora piena, senza scalfitture (e non ricordo quando mai io sia stata così decisa).

“Il braccio!!!” ribadisco, gridando ancora più forte.

Sono bastati quei pochi secondi, ferma a discutere, per dare un po’ di sollievo al mio braccio e quindi, senza alcun commento da parte di Diego, riprendo a camminare.


Intanto, ha cominciato a scendere una pioggia gelata, gocce rade, sembra in realtà vapore ghiacciato portato dal vento, più che una vera pioggia. Continuiamo nel silenzio, io sempre ignorata dalla mia guida, la montagna sempre a sinistra, e il braccio che ha ripreso a dolermi, sempre più affaticato e debole.

Mi fermo ancora un paio di volte, e la scena ridicola si ripete. “Che succede?” urla Diego con voce ora chiaramente irritata. “Braccio!” rispondo io. “Cosa?” “Braccio!” Mi pare davvero di percepire tensione, ma stranamente questo non mi pesa granché.


Ora la salita diventa ancora più ripida, costante e ripida, ma finalmente abbiamo cominciato a fare qualche cambio di direzione; posso così spostare la piccozza a destra e cercare di alleggerire e riposare il braccio sinistro più che posso.

La pioggia ghiacciata si è ora trasformata in neve, neve vera e propria che cade con sempre maggiore intensità, rovesciandosi infine su di noi sbattuta dal vento, in una bufera. Continuo a camminare nella neve turbinante e a un tratto mi accorgo che vento e neve battente non mi disturbano più di tanto. Mi sembra una situazione del tutto naturale, come se, inconsciamente, l’avessi messo in conto e mi fossi preparata a questa evenienza: sono in montagna, ormai oltre i 5000 metri, di notte, su un ghiacciaio; una bufera di neve può capitare.

L’unica preoccupazione che si affaccia alla mia mente è che se la nevicata diventerà troppo intensa, potremmo essere costretti a ritirarci. Sarebbe una grande delusione, ma perfettamente accettabile: la natura fa il proprio corso, e la si deve assecondare. Sempre.

A un certo punto mi rendo conto che i miei guanti e il copricollo, che di tanto in tanto allungo sul mento che tende a gelare, sono ricoperti di neve. Sorprendentemente, però, non ho freddo.

L’ascesa continua su tratti molto ripidi; non è una salita facile per me, richiede forza fisica e una grande forza d’animo. Per ora la mia mente è salda, non ci sono pensieri, nemmeno fugaci, che la perturbano, e quindi ancora sostiene e spinge in avanti il mio corpo.


Poi Diego riceve un altro messaggio alla radio. Dalle poche battute che colgo, capisco che un’altra cordata si ritira. Sono James e Kate, troppo provati dalla tormenta di neve.

Siamo rimasti in cinque a tentare. Trovo questa salita più ripida di qualunque altra abbia affrontato su ghiacciaio. Il Kilimangiaro era ripido la notte della cima e mi ha tagliato il respiro; qui, in più ci sono il ghiacciaio con cui negoziare, e la neve battente.


Diego si ferma un paio di volte, e io lo vedo scrutare il ghiacciaio innanzi a noi. Sta evidentemente cercando la via. Ogni tanto si consulta con le altre due guide, Robin e Edi, e mi pare di capire che si scambino opinioni su come procedere. Alla fine, ciascuno sceglie un percorso diverso. Diego sceglie un percorso di ghiaccio duro, sotto il quale si intravedono rocce rosse. Tra me e me penso che si sia perso e che non fosse quella la via che intendeva percorrere. Infatti qui i ramponi hanno poca presa, mi arrampico usando talvolta le mani, ho l’impressione che questa non sia la via ideale, ma vado avanti, e la mia mente non vacilla.

L’ambiente intorno a noi è mutevole. Scorgo vari elementi, nonostante l’oscurità della notte, che smuovono la superficie apparentemente liscia, se osservata da lontano, del ghiacciaio. Oltre alle rocce rosse ghiacciate, vedo delle piccole — per fortuna — aperture, forse precursori di crepacci. Diego spesso si ferma e con la piccozza tasta la neve intorno. Una volta, ripreso a camminare dopo uno di questi test, mentre io procedo perfettamente allineata dietro di lui, si volta urlandomi: “Vieni di qui, a destra non è sicuro!”, come se me ne stessi andando a spasso a destra, mentre sto pedissequamente ricalcando i suoi passi. Ancora credo di percepire un po’ di tensione, e di nuovo questo non mi turba più di tanto.


“Facciamo una pausa ora!” grida Diego a un tratto. La pausa si svolge sotto una grande roccia coperta di ghiaccio e neve e frastagliata da lunghe stalattiti. Anche la cordata di Robin ci raggiunge. Io mi innervosisco un po’: quanto è sicuro stazionare qui sotto? Ma loro sono alpinisti, cerco di rincuorarmi, sapranno bene dove conviene fermarsi. …Però… perché proprio qui? Avrei preferito sostare due metri più in alto, dove non saremmo stati esposti a un eventuale, per quanto improbabile, distacco del ghiaccio.

… Ma che ne so io?


Qui ci fermiamo per riprendere il fiato

Il posto in realtà è iconico, lo si vede fotografato ad accompagnare molte descrizioni del Cotopaxi.

Dopo pochi minuti ripartiamo; aggiriamo la roccia di ghiaccio e riprendiamo a salire. Ancora lunghi tratti ripidi e poi, improvvisamente, appare davanti a me una distesa di punte di ghiaccio.


Si ergono, una accanto all’altra, affilandosi mentre si protendono verso il cielo. Una schiera di punte bianco ghiaccio che, nella meraviglia, ricorda una processione di figure con mantello e cappuccio. Non ho mai visto niente di simile, per me è stupefacente. Diego più tardi mi dice che queste formazioni sono dette penitentes.

Continua il cammino verso altre scoperte: dopo poco, eccoci a farci strada tra blocchi squadrati di circa un metro di altezza ricoperti da un leggero strato di neve ghiacciata. Hanno un aspetto granitico, così punteggiati di bianco e grigio, ma di primo acchito non capisco che cosa siano e mi sembrano invece cespugli innevati. Solo poco più tardi mi rendo conto che non può esserci vegetazione a quell’altitudine e in quelle condizioni. Diego mi spiegherà che sono, in effetti, rocce vulcaniche ghiacciate.


E saliamo ancora, ripidi, ripidi lunghi tratti, è dura, dura… io spingo, spingo e ancora ce la faccio.


Poi… l’incanto: comincia ad albeggiare. La notte è alle spalle insieme alla strada percorsa, la luce promette e carica, un incoraggiamento sentito, la vita che tiene. Solo pochi istanti, perché la fatica permane e dovrà protrarsi, ma il sogno di arrivare ha riacquistato luminosità, e la speranza forza.

È un’alba bianca, perché il cielo è coperto, ma finalmente senza neve. Lentamente, la luce si dispiega sul ghiacciaio, vita, vita che riappare fuori di me, il buio della notte l’aveva solo celata, c’è vita, c’è scambio… sorrido.


La salita continua nelle prime luci del giorno

D’un tratto la sento.

Percepisco che la cima è vicina. Non la vedo, ma sono convinta che si trovi appena oltre quel tratto ripidissimo alla cui base ci siamo fermati a tirare il fiato e che fra poco affronteremo. Guardo, scruto il pendio bianco, forse è davvero l’ultimo muro da superare per poter chiedere finalmente al Cotopaxi accesso e accoglienza sul suo punto più alto.

Sono pronta e andiamo. Ci arrampichiamo e, di nuovo, è davvero dura salita per me, spingo con le gambe e la piccozza, resisto. Alla fine di questo tratto, Diego mi slega: “Puoi continuare da sola, devo andare in bagno… ah, ah!” mi dice ridendo.


Vedo di fronte a me un altro tratto in salita, ma decisamente meno ripido del precedente, leggermente inclinato, lo definirei, paragonato a quello che ho appena percorso. Una speranza si affaccia nel mio animo, ma la controllo, non lascio che si esprima: non oso pensare che, sì, forse ci sono. Non penso, mi incammino e basta, e ho solo fatto pochi passi quando la intravedo davanti a me. La cima! Sempre più certa e indiscutibile via via che avanzo, ed ecco, un’enorme, intima gioia sorge in me, un’emozione immensa mi porta le lacrime agli occhi e un grande, luminoso sorriso sul viso.

Stuart e Jackie sono già là, mi vedono arrivare, allargano le braccia all’incontrarmi. Ricordo i loro occhi rivolti a me, il loro sguardo appagato, il loro benvenuto.

Più tardi, Stuart mi dice: “Non dimenticherò mai il tuo sorriso quando sei arrivata in cima…!


La cima del Cotopaxi… Alla fine del tratto in lieve salita che ho appena percorso si apre piatta e circolare; la mia impressione è di trovarmi sul cratere completamente riempito di neve e ghiaccio. In realtà, sono sul bordo del cratere, o forse su un cratere minore, perché il vero cratere è appena oltre quello che mi appare come il limite della cima, ma non posso vederlo perché è completamente nascosto sotto una massa di nuvole. Mi guardo attorno e mi rendo conto che siamo in mezzo alle nuvole: tutto è bianco, ghiaccio sotto i piedi, vapore denso nell’aria, impenetrabile alla vista.


Sulla cima del Cotopaxi, 5897 m.


Sul bordo del cratere completamente coperto dalle nuvole

Sono sul Cotopaxi ma non ne vedo il cratere! Ma poco importa, qui ci sono, ci siamo, noi insieme alla montagna.

Sul Cotopaxi

Solo per pochi secondi il vento strappa le nuvole: attraverso quel pertugio sfilacciato, Diego mi indica il Chimborazo che svetta sopra l’ultimo strato di nubi, nella luce rosata del primo mattino.

Il Chimborazo all'orizzonte in uno squarcio di azzurro

Cerco di assorbire e portare dentro di me l’immagine della cima del Cotopaxi, di ritenere qualcosa di lui, un ricordo così intenso da avere una consistenza quasi materiale, come se in questo incontro per me così travolgente mi avesse lasciato prendere un pezzetto di sé.
Restiamo poco in cima, dobbiamo presto ripartire. È così, raggiungi il capo, il viso della montagna che ti ha permesso di farlo, la guardi occhi negli occhi, la stringi in un abbraccio metaforico che hai desiderato per tutta la lunga, faticosa salita, cerchi di far tuo qualcosa di quel che ti offre, e poi in un lento e commosso distacco la saluti, chiedendo di lasciarti scendere e arrivare sano e salvo a casa.

La discesa comincia con una facile scivolata, quasi come sugli sci, sulla neve fresca lungo il ripido pendio affrontato poco prima in senso opposto.

Sulla via del ritorno

Ma poi Diego si ferma e scruta. Sta scegliendo il percorso. Davanti a noi vedo Robin con Stuart e Jackie che sembrano procedere senza grandi difficoltà e mi chiedo perché Diego non li segua. In breve ripartiamo e, come all’andata, Diego segue una sua via personale. Non mi spiega nulla, non mi rende partecipe delle sue valutazioni, e io proprio non capisco che cosa guidi le sue decisioni sul percorso da intraprendere.
Io ora sono davanti, aprendo la via in base alla direzione che Diego vagamente mi indica. Stiamo ricalcando la via dell’andata per ora, perché dopo poco eccoci alle rocce rosse ghiacciate. Ma ora dobbiamo superarle in discesa, tutt’altra storia! Non sono mai scesa su questo tipo di ghiaccio duro, trasparente e scosceso, e credo che i miei ramponi non siano nemmeno ideali per queste condizioni. Inoltre, sono stanca, stanchissima anzi, ho rallentato notevolmente il mio andare e mi è più difficile mantenere l’equilibrio. Nonostante questo, guardo con calma il percorso davanti a me che dovrò abbordare e non ho paura. Mi sembra superabile, alla peggio mi calerò strisciando da seduta. In certe situazioni non ho sicuramente problemi di orgoglio! Mi avvio, comunque, in piedi, ora decisamente più instabile, e spesso barcollo.

“Che cosa fai???” mi urla Diego molto irritato “non stai lavorando bene, sei deconcentrata, non sai usare i ramponi!” “No!” ribatto “è che non mi sono mai trovata su questo tipo di ghiaccio!”
Diego mi sgrida ripetutamente per la mia perdita di equilibrio. Capisco che è preoccupato per la sicurezza di entrambi, se io scivolo, lo posso trascinare con me; ma nonostante le difficoltà, io ancora non mi sento in pericolo, forse perché il pendio è ripido ma non c’è il baratro sotto di noi, o forse per chissà quali altri imperscrutabili motivi. Anzi, sorprendentemente, queste sgridate di Diego mi divertono: l’alpinista esperto che si aspetta che io, dilettante dell’alta montagna, sappia affrontare disinvoltamente quel ghiaccio di acciaio (così a me pare), liscio e indeformabile, in discesa. Mi fa davvero ridere (! saranno l’altitudine e il poco ossigeno?!): lui mi sgrida, e io tranquillamente gli rispondo che non ho idea di come fare meglio di come sto facendo e che in più sono davvero stanca. Per un tratto scendiamo a stento, ostacolati dal mio passo incerto, sulle rocce ghiacciate, poi Diego prende la guida.

Attraversa un tratto di pendio muovendosi orizzontalmente, appendendosi alle punte frontali dei ramponi e alla piccozza e poi mi chiede di fare altrettanto: questa breve traversata mi piace e mi entusiasma e di nuovo non mi sento in pericolo. Superata questa prima difficoltà di percorso, Diego si ferma, scruta di nuovo il ghiacciaio davanti a noi, pensa, e infine prende un chiodo da ghiaccio, lo pianta, vi fissa un discensore e la corda e mi dice: “Siediti sull’imbracatura”.
“Cosa?!” lo guardo incerta, “Siediti sull’imbracatura!” mi intima di nuovo. Ma, mi chiedo, che cosa significa “sedermi sull’imbracatura”??? E finalmente capisco: mi cala in belay! “Aah!” esclamo “forte!” E così mi fa scendere lungo la parete di ghiaccio, a cui mi appoggio con ramponi e piccozza per controllare le oscillazioni del mio corpo. In realtà la discesa è facile, avrei potuto farla da sola partendo da una roccia poco distante e scendendo di roccia in roccia, come fa Diego poco dopo. Ma capisco che Diego non si era fidato vedendo la mia debolezza e aveva preferito assicurarmi a quel modo.
O forse voleva farmi provare l’esperienza?
O forse voleva provarla lui?

A questo punto dobbiamo attraversare altre rocce ghiacciate, sempre muovendoci orizzontalmente. Sono meno ripide delle precedenti, ma la stanchezza mi frastorna i riflessi e procedo ancora un po’ a stento, tra le sgridate di Diego. Quest’ultimo sforzo ci porta finalmente al limite del ghiacciaio!

Per me è stata dura, una discesa difficile. Non ho però mai dubitato di poterla ultimare: ho raccolto tutta la mia concentrazione e tutta la mia forza fisica e mentale e, un passo dopo l’altro, una mossa dopo l’altra, magari lenta, lentissima, e barcollante, ho superato il tratto più arduo. Il percorso fino al rifugio è ancora lungo, ma il terreno è decisamente più facile. Ripercorriamo quel tratto friabile incontrato all’andata, fino all’ultima porzione di ghiacciaio. Ora qui il ghiaccio è più morbido e i ramponi si aggrappano saldamente. Io però sono davvero fiacca e proprio non riesco ad accelerare nonostante i costanti moniti di Diego. (Ma insomma, io ho sopportato senza dire nulla tutte le pause che mi ha imposto per aspettare gli altri, solo perché tutti facevano capo a lui; con un’altra guida, avrei proceduto in modo più fluido, come le altre due cordate che sono arrivate sulla cima del Cotopaxi, assecondando solo le proprie esigenze. Credo che dovrebbe tenerne conto).
Ma eccoci al termine del ghiacciaio, ed ecco il rifugio; è ora solo una facile camminata fino là.

Arrivo esausta. Non riesco a bere né tantomeno a mangiare, desidero solo sedermi, respirare, non pensare. Resto qualche minuto così, non sento niente, non vedo niente, percepisco solo la luce del giorno attorno a me e qualcosa di grande, enorme, pieno, dentro di me, che ora sta lì, fremente ma contenuto, come un sobbollire che non lascio esplodere, non ho la forza ora di tuffarmici, lo serbo, lo custodisco, mi ci abbandono come in un abbraccio o sotto una coltre morbida e protettiva.
Poi ritorno a guardare e a vedere. Devo prepararmi, ripiegare il sacco a pelo, rifare lo zaino; mi muovo senza parlare, schivando sguardi e tentativi altrui di conversazione, e quindi, lentamente, lascio il rifugio e scendo al parcheggio dove ci attende il pullmino.

Né penseri, né parole. Ma si susseguono immagini dentro di me: tanto bianco, la cima piatta, il Chimborazo dorato, le penitentes, neve che mi colpisce, la salita bianca e ripida, quel tratto finale stretto e scosceso, poi più dolce, e ancora la cima, circolare e piatta.
Come in un sogno, salgo sul pullman, mi siedo e mi addormento. Un breve sonno mi cala nell’oblio. Bastano pochi minuti, e mi risveglio completamente rigenerata.

Yanasacha, la parete di roccia caratteristica del Cotopaxi, a circa 5400 m.


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